Due parole, due mondi
Ius soli, diritto del suolo: è cittadino chi nasce nel territorio. Ius sanguinis, diritto del sangue: è cittadino chi nasce da un cittadino. Sono due risposte alla stessa domanda — chi siamo noi? — e non sono due tecniche giuridiche intercambiabili. Dietro ciascuna c'è un'idea diversa di che cosa tenga insieme una comunità politica: il luogo in cui si vive o la discendenza da cui si proviene.
La domanda del titolo è mal posta, e conviene dirlo subito. Non esiste un modello «giusto» in astratto. Esistono modelli coerenti o incoerenti con la storia demografica di un paese, e questo è il criterio che uso quando un cliente mi chiede perché suo figlio nato a Milano da genitori peruviani non sia italiano mentre il pronipote di un emigrato di Basilicata lo era di diritto fino all'anno scorso.
L'origine inglese: Calvin's Case (1608)
Lo ius soli moderno nasce da una controversia successoria. Nel 1608, dopo che Giacomo VI di Scozia era salito anche sul trono d'Inghilterra, si pose il problema se uno scozzese nato dopo l'unione delle corone — un post-natus — potesse possedere terre in Inghilterra. La Court of Exchequer Chamber decise di sì in Calvin's Case, e la motivazione redatta da Sir Edward Coke divenne il fondamento di tutto il diritto anglosassone della cittadinanza.
Il ragionamento era feudale: chi nasce entro i domini del sovrano riceve la sua protezione, e in cambio gli deve allegiance, fedeltà naturale e perpetua. Blackstone lo formulerà così nei Commentaries: l'obbligo nasce dalla nascita «within the dominions» e non dipende dalla durata della permanenza dei genitori, che poteva essere — parole di Coke — «momentary and uncertain». Le eccezioni erano poche e strettissime: i figli degli ambasciatori stranieri, per finzione di extraterritorialità, e i nati in territori fuori dal controllo del sovrano.
Vale la pena notare l'ironia storica: la regola che oggi è al centro del dibattito sull'immigrazione nasce come istituto feudale, pensato per legare l'uomo alla terra del signore. Non aveva nulla di inclusivo. Divenne inclusiva molto dopo, e quasi per accidente.
Il rovesciamento francese: il Code Napoléon
La Rivoluzione francese e poi il Code civil del 1804 ruppero con quella tradizione. Se la sovranità non appartiene più al re ma alla nazione, la cittadinanza non può discendere dalla soggezione a un territorio: deve discendere dall'appartenenza a un popolo. Il Codice adottò quindi lo ius sanguinis, e l'idea si diffuse in tutta l'Europa continentale nel corso dell'Ottocento — in Italia con il Codice civile del 1865, poi con la Legge 555 del 1912.
Non fu una scelta etnica, all'origine: fu una scelta anti-feudale. Ma ebbe una conseguenza pratica enorme per i paesi di emigrazione. L'Italia, che fra il 1876 e il 1976 perse circa ventisei milioni di persone, aveva tutto l'interesse a mantenere un vincolo con chi partiva. Lo ius sanguinis era la tecnica giuridica che permetteva di non perderli.
L'America: da Dred Scott al Quattordicesimo Emendamento
Negli Stati Uniti la questione si intreccia con la schiavitù. Nel 1857, con Dred Scott v. Sandford, la Corte Suprema abbandonò la regola di common law e stabilì che i discendenti di schiavi non potevano essere cittadini: contava il sangue, non il suolo. Fu la decisione più screditata della storia costituzionale americana, e la Guerra Civile fu combattuta anche su quello.
La risposta arrivò in due tempi: il Civil Rights Act del 1866 e poi, nel 1868, il Quattordicesimo Emendamento, la cui Citizenship Clause stabilisce che «all persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States». Il senatore Howard, che ne fu il principale estensore, spiegò che quel linguaggio era «simply declaratory of the law of the land already»: si tornava alla regola comune, elevandola a rango costituzionale.
Wong Kim Ark (1898): il cuoco di San Francisco
Il caso che fissò il significato della clausola riguarda un cuoco. Wong Kim Ark era nato a San Francisco da genitori cinesi che, per effetto del Chinese Exclusion Act, non avrebbero mai potuto naturalizzarsi. Tornato da un viaggio in Cina nel 1895, gli fu negato l'ingresso: non era cittadino, sostenne il governo, perché i suoi genitori erano sudditi dell'imperatore cinese.
Nel 1898 la Corte Suprema gli diede ragione. Il Quattordicesimo Emendamento — scrisse — è «declaratory» della regola di common law sulla cittadinanza per nascita, e le sole eccezioni sono quelle storicamente riconosciute: figli di ambasciatori, nati in territorio nemico occupato, membri delle tribù indiane. Tutti gli altri sono cittadini alla nascita, che i genitori siano residenti permanenti o visitatori temporanei.
Trump v. Barbara (2026): la Corte conferma
La questione è stata riaperta nel gennaio 2025 con l'Executive Order 14160, che escludeva dalla cittadinanza per nascita i figli di genitori privi di status regolare o presenti temporaneamente, sostenendo che costoro non fossero subject to the jurisdiction degli Stati Uniti. Diverse corti federali bloccarono l'ordine e la questione salì fino alla Corte Suprema.
Con Trump v. Barbara, decisa il 30 giugno 2026, la Corte ha respinto l'ordine esecutivo. L'opinione del Chief Justice Roberts ricostruisce la linea che va da Calvin's Case a Blackstone, dalla condanna di Dred Scott al Civil Rights Act, fino a Wong Kim Ark, e conclude che «subject to the jurisdiction» significa soggezione al potere di governo dello Stato sul proprio territorio — non domicilio, non status migratorio dei genitori. I bambini nati negli Stati Uniti da genitori irregolari o temporaneamente presenti sono cittadini alla nascita. Il giudice Kavanaugh ha concorso nel dispositivo; Thomas, Gorsuch e Alito hanno dissentito, sostenendo che la clausola richieda il domicilio.
La ritirata dello ius soli nel mondo
Fuori dalle Americhe, lo ius soli incondizionato è oggi un'eccezione. I paesi che lo mantengono sono una trentina, e quasi tutti si trovano nel continente americano — il che non è un caso: sono paesi costruiti dall'immigrazione, in cui attribuire la cittadinanza a chi nasce era il modo più rapido di fabbricare un popolo.
Altrove è stato progressivamente smantellato, e quasi sempre con la stessa motivazione:
- Regno Unito — il British Nationality Act 1981, in vigore dal 1° gennaio 1983, ha posto fine allo ius soli incondizionato: occorre che almeno un genitore sia cittadino o settled;
- Australia — dal 1986 serve un genitore cittadino o residente permanente, salvo la regola dei dieci anni di residenza del figlio;
- India — ristretto nel 1987 e ulteriormente nel 2004;
- Irlanda — è il caso più netto: con il referendum dell'11 giugno 2004, approvato da circa il 79% dei votanti, il Ventisettesimo Emendamento ha abolito lo ius soli incondizionato introdotto pochi anni prima;
- Nuova Zelanda — dal 2006;
- Repubblica Dominicana — con la Costituzione del 2010 e poi la sentenza TC/0168/13, che produsse un fenomeno di apolidia di massa fra i discendenti di haitiani e attirò la condanna della Corte interamericana dei diritti umani.
La Francia occupa una posizione intermedia e istruttiva: non ha mai avuto lo ius soli alla nascita, ma il double droit du sol (cittadino chi nasce in Francia da un genitore a sua volta nato in Francia) e l'acquisto quasi automatico alla maggiore età per chi vi è nato e vi ha risieduto. È il modello che i giuristi chiamano ius soli differito o condizionato, ed è quello verso cui converge la maggioranza degli ordinamenti europei.
Gli argomenti a favore
- Prevenzione dell'apolidia. È l'argomento più forte e il meno ideologico. Uno ius soli anche solo sussidiario garantisce che nessun bambino nasca senza Stato. La vicenda dominicana mostra che cosa accade quando questa rete viene tolta retroattivamente.
- Evita la formazione di caste ereditarie. Senza ius soli, in un paese di immigrazione stabile si producono generazioni di persone nate, cresciute e scolarizzate sul territorio ma giuridicamente straniere. È un problema di coesione, non di generosità.
- Certezza del diritto. Il luogo di nascita è un fatto oggettivo, documentabile e non contestabile. La discendenza no: richiede catene di atti di stato civile che possono essere lacunose, contraddittorie o distrutte — chiunque abbia costruito una pratica iure sanguinis lo sa bene.
- Coerenza con il principio democratico. Chi è soggetto in modo permanente alle leggi di uno Stato dovrebbe poter concorrere a formarle. È l'argomento aristotelico: cittadino è chi partecipa al giudizio e alla carica.
- Efficienza dell'integrazione. Le evidenze comparate suggeriscono che l'accesso precoce allo status di cittadino correla con risultati scolastici e occupazionali migliori nella seconda generazione.
Gli argomenti contrari
- La cittadinanza non è un fatto naturale ma un patto. È la tesi consensualista di Peter Schuck e Rogers Smith in Citizenship Without Consent (1985): attribuire lo status per il solo fatto della nascita significa imporlo senza il consenso né dell'individuo né della comunità. Una comunità politica dovrebbe poter dire chi accoglie.
- Il turismo della nascita. Lo ius soli incondizionato crea un incentivo a partorire nel territorio per ottenere lo status. È un fenomeno reale ancorché numericamente marginale, e non c'è modo di contrastarlo senza intaccare la regola.
- Il diritto di autodeterminazione della comunità. Michael Walzer, in Spheres of Justice (1983), sostiene che l'appartenenza è il bene primario che le comunità distribuiscono, e che il diritto di controllarne la distribuzione è costitutivo dell'esistenza stessa di una comunità.
- Disallineamento fra status e legame effettivo. Un bambino nato durante un soggiorno di due settimane riceve lo stesso status di chi vi cresce. È un difetto di proporzionalità che colpisce chiunque abbia un'intuizione elementare di giustizia.
- Il costo del cambiamento. Quando lo ius soli è costituzionalizzato, come negli Stati Uniti, correggerlo richiede una revisione costituzionale: la rigidità è essa stessa un argomento per non introdurlo.
La lotteria della nascita
C'è un livello del dibattito più profondo di quello tecnico, e vale la pena affacciarvisi. Ayelet Shachar, in The Birthright Lottery (2009), osserva che la cittadinanza — nella quasi totalità dei casi — è attribuita per una circostanza di nascita che nessuno sceglie, e che essa determina le opportunità di vita più di quasi ogni altra variabile. Da qui la sua provocazione: la cittadinanza funziona come una proprietà ereditaria, e andrebbe trattata con lo stesso sospetto con cui il liberalismo tratta i privilegi trasmessi per nascita.
Joseph Carens, già nel 1987, lo aveva detto in modo più tagliente: la cittadinanza nelle democrazie occidentali è «l'equivalente moderno del privilegio feudale». Chi immagini di scegliere le regole dietro un velo d'ignoranza rawlsiano, senza sapere dove nascerà, non sceglierebbe l'assetto attuale.
La replica comunitarista è altrettanto seria: senza confini fra le appartenenze non esistono comunità politiche, e senza comunità politiche non esistono i diritti che si vorrebbero universalizzare. Il punto è che nessuno dei due campi ha una risposta che non costi nulla. Chi presenta la questione come ovvia, in un senso o nell'altro, non l'ha capita.
Il paradosso italiano
L'Italia è, da questo punto di vista, il caso comparato più interessante d'Europa, e lo dico dopo anni passati a lavorare sui due lati del problema.
Fino al 2025 l'Italia ha avuto uno degli ius sanguinis più generosi al mondo: nessun limite generazionale, trasmissione risalente fino al 17 marzo 1861, senza alcun requisito di legame effettivo con il paese. Un pronipote di emigrato nato a Buenos Aires che non avesse mai messo piede in Italia e non parlasse italiano era cittadino italiano — e, di conseguenza, cittadino dell'Unione europea.
Nello stesso momento, un bambino nato a Torino da genitori stranieri regolarmente residenti, che frequenta la scuola italiana e parla italiano come lingua madre, non è cittadino: ai sensi dell'art. 4, comma 2, della Legge 91/1992 deve attendere la maggiore età e dichiarare la propria volontà entro un anno, avendo risieduto legalmente e ininterrottamente fino a quel momento — una condizione che un'interruzione anagrafica dovuta ai genitori può compromettere.
Poi, nel 2025, il decreto Tajani (DL 36/2025, convertito nella Legge 74/2025) ha ristretto lo ius sanguinis a due generazioni, e la Corte Costituzionale, con la sentenza 63/2026, ne ha dichiarato non fondate le censure. L'Italia ha cioè chiuso la porta del sangue senza aprire quella del suolo. Le proposte di ius scholae, che ancorerebbero l'acquisto a un ciclo scolastico compiuto in Italia, non hanno mai completato l'iter parlamentare.
Per anni l'Italia è stata più generosa con chi non era mai stato in Italia che con chi non ne era mai uscito. La riforma del 2025 ha corretto il primo termine del paradosso senza toccare il secondo.
Che cosa ne penso
Non credo che la scelta fra suolo e sangue sia una questione morale con una risposta unica. Credo però che sia una questione di coerenza, e che l'incoerenza abbia costi concreti che vedo tutti i giorni sulla scrivania.
Un ordinamento può legittimamente decidere che la cittadinanza segua il legame effettivo con il paese. Se lo decide, però, deve applicare quel criterio in entrambe le direzioni: verso i discendenti all'estero e verso i nati sul territorio. Applicarlo solo in uscita — restringendo la discendenza — e non in entrata produce un sistema che non risponde a nessuna filosofia riconoscibile, se non a quella del contenimento dei numeri.
Sul versante americano, aggiungo una osservazione da avvocato più che da osservatore: la certezza dello status è un valore in sé. Lo ius soli costituzionalizzato ha il pregio di rendere la cittadinanza di ottanta milioni di persone non discutibile in sede amministrativa. Trump v. Barbara ha confermato esattamente questo — e per chi lavora con le famiglie italo-americane significa che un bambino nato negli Stati Uniti resta americano indipendentemente dallo status dei genitori al momento del parto.
Lo ius soli nasce come istituto feudale inglese, viene rovesciato dal Code Napoléon in favore dello ius sanguinis, e rinasce negli Stati Uniti come risposta costituzionale alla schiavitù. Oggi sopravvive in forma incondizionata quasi solo nelle Americhe, mentre l'Europa converge su modelli condizionati o differiti. Non esiste un modello giusto in assoluto: esistono modelli coerenti. L'Italia, che nel 2025 ha ristretto la trasmissione per discendenza senza aprire alcuna via per i nati sul territorio, è oggi il caso comparato che quella coerenza la mostra più problematica.