Le tappe dell'integrazione italiana
1880-1900: i pionieri
I primi italiani sbarcano nei numeri delle decine di migliaia all'anno. Si concentrano principalmente nei porti di arrivo: New York, Boston, Philadelphia, New Orleans, San Francisco. Costruiscono le prime Little Italy: Mulberry Street a Manhattan, North Beach a San Francisco, l'East Boston. Lavorano come operai non specializzati, costruttori di ferrovie, scaricatori di porto, sarti, calzolai. La diffidenza degli "americani" (di matrice anglosassone, protestante) verso gli italiani — cattolici, parlanti dialetti incomprensibili, spesso analfabeti — è massiccia e produce episodi di violenza ricorrenti.
1891: il linciaggio di New Orleans
Una pagina nera che vale la pena ricordare: nel marzo 1891, dopo l'assoluzione di nove italo-americani imputati per l'assassinio del capo della polizia di New Orleans, una folla di circa 10.000 persone irrompe nella prigione e lincia undici italiani — il più grande linciaggio collettivo nella storia americana. L'incidente provoca una crisi diplomatica con il Regno d'Italia, che ritira temporaneamente l'ambasciatore. Il Congresso americano successivo, ironicamente, voterà l'istituzione del Columbus Day come gesto di riconciliazione verso la comunità italo-americana.
1900-1914: la grande migrazione
Il decennio e mezzo del massimo afflusso. Le comunità italo-americane si consolidano nelle grandi città industriali del Nord-Est: New York, Filadelfia, Boston, Newark, Hartford, Providence. Anche Chicago, Detroit, Cleveland accolgono colonie significative. La specializzazione lavorativa si articola: l'edilizia, l'industria manifatturiera, i primi piccoli esercizi commerciali (alimentari, ristoranti, sartorie), poi gradualmente l'inserimento nei servizi pubblici (sicurezza, sanità) e professionali (medicina, legge — sebbene con tassi di partecipazione molto bassi fino agli anni '40).
1914-1918: la Prima Guerra Mondiale
Il conflitto interrompe la migrazione. Alcuni italo-americani — cittadini americani naturalizzati — combattono nelle forze USA. Altri, rimasti formalmente italiani, sono mobilitati dal Regio Esercito al loro rientro in patria. La guerra è anche un primo, parziale, momento di integrazione: l'Italia è alleata degli USA contro gli Imperi centrali, e il pregiudizio anti-italiano si attenua provvisoriamente.
1924: la chiusura — Johnson-Reed Act
Il Immigration Act of 1924 (Johnson-Reed Act) chiude di fatto la grande migrazione italiana. La legge introduce un sistema di quote nazionali basato sul 2% della popolazione di ciascuna nazionalità residente negli USA al censimento del 1890 — un'epoca in cui gli italiani erano ancora pochissimi negli USA. Il risultato pratico: l'Italia, che negli anni precedenti aveva contribuito anche con 250.000 emigranti all'anno, è ridotta a 7.400 ingressi annui. La porta è formalmente ancora aperta, ma il flusso si riduce di oltre il 95%.
Il senso della chiusura del 1924
Il Johnson-Reed Act non fu pensato esplicitamente contro gli italiani: la quota italiana era percentualmente comparabile a quella di altri Paesi dell'Europa meridionale e orientale. Ma fu nettamente disegnato a favore degli ingressi nordeuropei — Regno Unito, Germania, Irlanda — e contro quelli mediterranei e slavi. Il sostrato culturale era razzialista: la giustificazione politica fu la necessità di "preservare la composizione etnica" degli Stati Uniti. La legge restò in vigore fino al 1965, quando il Hart-Celler Act abolì le quote nazionali — ma da allora la migrazione italiana di massa verso gli USA non si è più ripetuta.